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Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. ALWAYSURBI@YAHOO.IT / mio contatto MSN Messenger: alwaysurbi@hotmail.it
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" Molte cose non sono neppure tentate perché appaiono difficili; molte cose sembrano difficili soltanto perché non vengono osate". Wenzel Anton Kaunitz //CHE SIA SOLO L'INIZIO! "Ho speso molti soldi per alcool, belle donne e macchine veloci. Il resto l'ho sperperato. Beh, alcune cose me le sono lasciate sfuggire: Miss Canada, Miss United Kingdom, Miss Germany... Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé. Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita. Ho smesso di bere, ma solo quando dormo" ORA RIPOSA GEORGE

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martedì, 30 giugno 2009

STRAGE DI STATO

 UNA  STRAGE  CHE  NON  FARA' STORIA  

L'inferno di Viareggio è frutto della “deregulation”. Le “privatizzazioni” di oltre quindici anni fa sono le assassine

Il cedimento di un asse di uno dei primi vagoni-cisterna del convoglio 50325 Trecate-Gricignano: sarebbe stato questo a causare l'esplosione nella stazione di Viareggio. Una nota delle Ferrovie spiega che dopo il guasto «il carro sarebbe deragliato trascinando altri 4 carri. Lo svio avrebbe provocato la fuoriuscita del gas Gpl contenuto nella cisterna che si sarebbe incendiato al di fuori di questa. Non ci sarebbe stata dunque l'esplosione del primo carro cisterna come precedentemente reso noto a causa delle prime indicazioni. Il controllo effettuato sui carri dai tecnici della verifica in partenza da Trecate non aveva evidenziato alcuna anomalia».

MORETTI - «Dalle prime evidenze i macchinisti non hanno fatto errori». Lo ha detto l'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, nel corso della conferenza stampa con il sottosegretario Guido Bertolaso a Viareggio. L'Ad delle ferrovie ha inoltre confermato che «sempre dalle prime evidenze c'è stato un cedimento strutturale nel primo carro: si è spezzato l'asse». Moretti ha poi sottolineato che questi vagoni appartenenti a società internazionali ( i 14 carri del convoglio hanno immatricolazione delle ferrovie polacche e tedesche, e il primo carro appartiene ad una società viennese), rispondono a norme di trasporto dell'Unione europea e dell'Onu e ha aggiunto che proprio i controlli sull'asse fanno parte di «quelle revisioni che sono obbligatorie per le società». «Dal controllo delle scadenze apposte sui vagoni, ha poi concluso l'Ad delle Ferrovie, sembra che la revisione sia stata effettuata regolarmente». Il treno era partito da Trecate in provincia di Novara e doveva arrivare a Caserta, non era prevista alcuna sosta a Viareggio. Il treno è arrivato alla stazione di Viareggio a una velocità di 90 chilometri orari in un tratto in cui è consentita la velocità massima di 100 chilometri. I due macchinisti che sono riusciti ad abbandonare il treno, sono ricoverati in ospedale.

DITTA CON SEDE A VIENNA - La cisterna da cui è fuoriuscito il gas apparteneva alla società internazionale Gatx con sede europea a Vienna. Il vagone, come detto in precedenza, avrebbe subito un cedimento strutturale: si sarebbe rotto un'asse. Ed è proprio la società con sede a Vienna, sottolineano fonti qualificate, che deve assicurare la revisione di tutti gli elementi strutturali. Una tesi respinta però dalla stessa Gatx
Secondo Werner Mitteregger, numero due della Gatx a Vienna la società Gatx Rail cui appartiene il vagone, si limita all'affitto dei mezzi ferroviari gestiti poi dai clienti finali, che sono poi i responsabili delle sostanze trasportate e della gestione del mezzo. «Sono profondamente scioccato per quanto è successo - premette Mitteregger - un incidente del genere non si era mai verificato con i nostri vagoni». «Per ora non sappiamo ancora chi abbia affittato il vagone esploso, stiamo verificando, abbiamo migliaia di clienti», spiega ancora. Del resto, aggiunge, «è troppo presto per poter sapere che cosa abbia provocato l'esplosione». Mitterregger sottolinea che la Gatx, azienda leader nel settore, affitta i vagoni cisterna «con contratti di varia durata». Il dirigente assicura che «sono sempre mezzi relativamente nuovi, che vengono debitamente controllati prima di essere consegnati al cliente che li prende in affitto». Dopodichè, spiega «è come quando si affitta un'auto», in altre parole la responsabilità della manutenzione e della gestione del mezzo ricade su chi l'affitta.

Le “privatizzazioni” della prima metà dei novanta, iniziate grazie a “mani pulite” sono la causa di queste stragi. Ogni bene produttivo delle FS è stato, appunto, privatizzato ed è andato a finire nel portafoglio di pochi, alla res-publica resta solo da sopperire a quanto è passivo. Con i risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi. Ma queste sono stragi che non faranno storia.

CRONACA DI UN COLPO DI STATO ANNUNCIATO

 "MI  RITORNI  IN  MENTE..."  

Tutto è cominciato mercoledì 25 giugno, quando il presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, ha deciso di rimuovere dal suo incarico il capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Romeo Vasquez, per non aver disposto l’allestimento delle urne al fine di una consultazione con cui domenica scorsa si sarebbe dovuto decidere se convocare o meno una Assemblea costituente in concomitanza delle elezioni del prossimo novembre.
Da Tegucigalpa, Zelaya, il giorno dopo, commentando parte degli ultimi convulsi avvenimenti, aveva parlato di “scongiurato pericolo di colpo di Stato”.
La Corte suprema di giustizia nelle ore successive aveva addirittura ordinato la reintegrazione di Vasquez, invalidando così la destituzione voluta da Zelaya, dal 2006 alla guida di un governo di centro-destra e che ormai da tempo si è gradualmente avvicinato alle posizioni del presidente venezuelano Hugo Chávez.
In realtà, quello che si sarebbe dovuto svolgere domenica scorsa non era un referendum costituzionale, gli elettori honduregni erano chiamati alle urne per un referendum consultivo, non-vincolante, sulla possibilità di eleggere durante le prossime elezioni generali di novembre un’Assemblea Costituente per redigere eventuali modifiche al testo costituzionale.
Finché domenica scorsa, durante le prime ore del mattino, i timori espressi precedentemente dal presidente Zelaya, si sono concretizzati. Un gruppo di 200 militari armati ha fatto irruzione tra le 5 e le 6 del mattino nel palazzo presidenziale e trasportato il presidente presso un’imprecisata base militare della capitale. Insieme al presidente Manuel Zelaya, sono stati prelevati dall’esercito anche il ministro degli Esteri Patricia Rodas e almeno altri 7 ministri sono stati arrestati a Tegucigalpa. I militari, nella capitale hanno inoltre sequestrato gli ambasciatori di Venezuela, Cuba e Nicaragua.
Dopo alcune ore la notizia: il presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, è in Costarica e ha chiesto asilo politico.
A riferirlo fonti del governo costaricano all’emittente tv Cnn.
Poi in tarda serata è giunta la notizia che Zelaya, dal Costarica era stato trasferito in Nicaragua dove ha ottenuto la solidarietà dei Paesi dell’Alternativa bolivariana delle Americhe (Alba). Ad attenderlo all’aeroporto di Managua vi erano i suoi omonimi del Nicaragua, Daniel Ortega, del Venezuela, Hugo Chávez, l’Ecuador, Rafael Correa, e il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez.
Nella capitale honduregna intanto, il parlamento honduregno ha nominato nuovo presidente del Paese Roberto Micheletti, presidente dell’assemblea legislativa. La costituzione prescrive che se il presidente è impossibilitato ad esercitare le sue funzioni, subentra il vice. Ma questi ha rifiutato. Micheletti è stato votato all’unanimità dai 123 deputati presenti. Assenti soltanto i cinque del partito di sinistra Unification Democratica (ud) che ha sempre appoggiato Zelaya.
Micheletti ha subito proclamato il coprifuoco in tutto il Paese per 48 ore e assicurato che le elezioni presidenziali si volgeranno regolarmente, come previsto, il 29 novembre.
Intanto a Tegucigalpa la situazione rimane tesa: molti blindati sono stati dispiegati oltre che nelle strade di accesso alla residenza del presidente arrestato anche in altri punti della capitale, e gruppi di militari hanno preso il controllo delle sedi di alcuni edifici della pubblica amministrazione.

rinascita.Info

lunedì, 29 giugno 2009

I SIMPLE MINDS: "SIAMO IL MEGLIO DEGLI ANNI '80"

   MA COSA E' RESTATO DI QUEGLI ANNI '80 ?   

Chiamateli, se volete, sopravvissuti. Lo sono. I Simple Minds erano stellari negli anni Ottanta, quando la new wave brillava nel menu del giorno e lui, il cantante Jim Kerr, era uno dei sex symbol, non bello ma fascinoso e, soprattutto, a cavallo di una voce dolce e sinuosa. «Un dono di Dio» dice lui, modesto. La risentirete tale e quale, forse appena più corposa, al debutto italiano del 3 luglio all’Arena Civica Gianni Brera di Milano, dove loro, quasi cinquantenni, suoneranno al Milano Jazzin’ Festival un concerto d’altri tempi: musica vera, basso, chitarra e batteria, e pure passione, quella di chi ha iniziato a suonare in cantina e alle note ha legato comunque la sua vita anche quando sembrava andare a fondo. «Abbiamo iniziato a Glasgow trent’anni fa e nessuno di noi riusciva a immaginarsi ciò che sarebbe successo», spiega ora.

Per capirci, nell’estate del 1984 la loro Don’t you (forget about me) faceva a gara con Billie Jean di Michael Jackson in tutte le discoteche del mondo: ritmata, potente, cantabilissima. E i Simple Minds, che sfornavano album favolosi come New gold dream o Once upon a time, si dividevano con gli U2 le figurine del rock: più elettronici loro, e meno stradaioli; più elettrici gli altri, e più visionari. «Ma a quei tempi c’erano anche i Depeche Mode e i Cure, tutti gruppi che hanno segnato la storia degli anni Ottanta e anche dopo». Intanto lui, scozzese fuori dal coro perché gioviale e gentilissimo, macinava un po’ di politica, quella attiva, solidale, mica partitica. Prima Nelson Mandela e la lotta all’apartheid in Sud Africa. E poi Amnesty International. Sì, certo, anche Bono degli U2 si stava già dando da fare senza se e senza ma. Però una volta Jim Kerr ha spiegato la differenza tra loro dicendo più o meno: «Bono è un fratello per me. Si butta in ogni causa in modo estremamente genuino. Talvolta esagera: ricordo che un giorno mi disse: “Gordon Brown e Tony Blair sono i Lennon-McCartney della politica”. Al suo posto mi sarei sentito un “ruffiano”». Insomma, ecco perché i Simple Minds a un certo punto, metà anni Novanta, dopo qualche scivolone discografico, si sono arenati: troppo poco onnivori, troppo concentrati sulla musica e legati all’andirivieni dell’ispirazione. «Certo, non è andato tutto come volevamo», nicchia lui. Ma poi si spiega con un paragone: «Non avevamo più energia, le idee mancavano. Rimpianti? No, anche Bob Dylan nella sua carriera ha avuto problemi a comporre buone canzoni».

Intanto Jim Kerr, uno che se lo senti parlare non smetteresti mai, si è sposato due volte con due donne non a caso: Chryssie Hynde dei Pretenders (con una figlia dal nome bellissimo: Yasmin Paris) e Patsy Kensit, da cui divorziò nel 1996. Da allora i Simple Minds hanno iniziato lentamente a rinascere, dimenticati com’erano. E l’ultimo tour, quello che celebra i trent’anni di vita, è stata una sciccheria decorata in Gran Bretagna da una lunga fila di tutto esaurito, complice anche il bel cd appena uscito Graffiti soul. «Suoniamo le canzoni che la gente si aspetta. Ma anche quelle che non può prevedere a un nostro concerto». E quando lo dice, sorride misterioso. Sarà che tra pochi giorni, dimenticati i vizi, compirà cinquant’anni. Oppure è merito della sua nuova vita sotto il sole, quello che impone serenità.

Jim Kerr ha aperto da qualche tempo quello che lui definisce «un piccolo hotel» vicino a Taormina. Si chiama Villa Angela, c’è da rimanere senza fiato tant’è bello. «Ma purtroppo ci sto poco», spiega. E poi tiene a precisare: «Lo so, è difficile immaginare uno scozzese che vive in Sicilia, che ama la sua gente e le sue abitudini: allora diciamo che sono uno scozzese atipico». Mica tanto. Quando gli chiedi: ma con tutti i milioni di copie vendute, lei sarà senz’altro ricchissimo, risponde a bruciapelo: «Uno scozzese non è mai ricco». Capito il tipo?

postato da: alwaysurbi alle ore giugno 29, 2009 11:32 | link | commenti
categorie: varie, musica, cultura, riflessioni, news, storia, attualitĂ , beer, celtic, u2 , wwwaiutiamoedoardoit
domenica, 28 giugno 2009

IL RIBELLE TRA DESTRA E SINISTRA. (CHI L'HA CAPITO E CHI NO...)

"Oggi è tempo di ribelli e non di partigiani!"

Il ribelle è colui che ha un profondo rapporto con la libertà. Anzi, è la liberta stessa. Per lui non c’é nulla al di sopra della libertà. Libertà di dire no. Così afferma Ernst Jünger nel Trattato del ribelle. Il ribelle rifiuta l’ordine del mondo in cui è stato gettato e lo respinge in nome di un altro sistema di valori che, a differenza del rivoluzionario, non trova in una ideologia già bella e pronta ma nelle mutevoli condizioni della sua esistenza. Perché la libertà che insegue è al presente o non è; è materiale o non è. Il ribelle non fa rivoluzioni la cui efficacia si potrà misurare in un futuro più o meno lontano, ma rivolte che valgono di per se stesse e sono legate a una causa e a una situazione contingenti. Non cerca trasformazioni radicali del mondo, che anzi non smette mai di abitare, ma un rapporto diretto con libertà contro il pensiero unico, i luoghi comuni, l’uguaglianza universale e astratta slegata da ogni elemento concreto e appiattita sull’identico, gli apparati di potere le cui fondamenta affondano sulla pretesa di possedere la rappresentanza di una società che non esiste più. Ma soprattutto contro chi, in nome dell’ordine e della legalità, lo bracca per rinchiuderlo nei recinti duri e asfissianti dei divieti, delle identità, dei controlli che, di fronte all’incapacità del mercato di governare i grandi spazi, disegnano ormai in maniera totale e capillare il mondo divenuto metropoli.

Ecco perché il ribelle contemporaneo, a differenza di quello jungheriano, non sceglie di “passare al bosco”: non può farlo perché non ci sono più “meridiani zero” da varcare, non ci sono più boschi, né altri luoghi di esilio dove fuggire e dissociarsi. Si muove invece in un luogo e in un tempo precisi e risponde sempre alle domande: dove chiedere libertà? Quale libertà? Come raggiungerla? Quando? Essere ribelle è sì uno stato d’animo ma non segue coattivamente alcuna legge di natura e non appartiene ad alcun ordine esistenziale (non si nasce ribelli) ma si origina e si forgia sul territorio, su quel territorio, e si spegne quando le cause che generano quello stato d’animo spariscono. La libertà, dunque, non è un viaggio interiore che si può fare ovunque. Dice Spartaco, lo schiavo ribelle: essere liberi sì ma a Roma e non nel nulla. Questa è sempre la posta in gioco di ogni rivolta che determina i suoi obiettivi in maniera concreta, che definisce qui e ora le sue rivendicazioni, che si muove in quello spazio e solo in quello in cui specifiche forme di dominio o di condizioni materiali determinano lo stato di necessità che spinge appunto alla rivolta.

La sinistra ha prodotto partigiani ma non ribelli. Il terribile volto bifronte del partigiano: da una parte la filosofia della storia di Hegel e, dall’altra, la forza tellurica delle masse da lui organizzate. Da una parte il volto di Lenin, dall’altra quello di Mao Tse-Dun. Questa alleanza di filosofia e politica è iscritta nell’atto di nascita di ogni partigiano che ha come obiettivo quello di abbattere l’ordinamento politico e sociale dell’avversario. Per l’instaurazione di un mondo nuovo e diverso. Nulla a che vedere con l’azione del ribelle che attacca il livello del potere a lui più vicino ma solo per decostruirne i suoi effetti, di cui il principale è il controllo dei corpi. Il ribelle non cerca il nemico principale ma il nemico immediato.

Oggi è tempo di ribelli e non di partigiani. E lo dovrebbe esserlo soprattutto per la sinistra. Primo, perché non c’è alcun sistema da abbattere per il motivo che non ne esiste uno alternativo; secondo, perché vanno finalmente curate le infezioni della legalità istituzionale a tutti i costi e del “politicamente corretto”, retaggio di quell’azionismo politico minoritario e parassitario che ha sempre e ovunque perso tranne che a sinistra; questa cura è urgente perché, terzo, i grandi serbatoi del consenso rimangono per la sinistra quei settori sociali che fanno dell’appartenenza culturale il fondamento delle loro scelte e dei loro comportamenti. Valori culturali pre o post politici, vissuti nella loro purezza intuitiva, nel senso di mentalità, quindi intrinsecamente individualisti e che tendono a porsi come indisponibili e non negoziabili; quarto, perchè la rottura della coesione sociale e l’aggregarsi per minoranze sono le nuove forme che assume la dimensione collettiva in una società del consumo e che riorganizzano il senso del gruppo ed il metodo dell’azione; quinto, perché il proibizionismo delle norme, che vuol dire imposizione del primato dell’economia e del diritto per normalizzare e governare il paese, ha preso il posto della politica.

E così mentre si studia come tornare a proibire o a ridimensionare la legalità dell’aborto e si fa pure qualche pensierino sul divorzio, si vieta intanto di fumare, andare liberamente allo stadio, farsi gli spinelli, praticare il nomadismo, chiedere l’elemosina, lavare i vetri, immigrare,  sposarsi tra persone dello stesso sesso, ricercare sulle staminali, inseminarsi artificialmente. Un arcipelago spontaneo di pratiche di ribellione si dispiega allora nei territori urbani incarnando una domanda di libertà negativa che non costituisce alcun ordine, non s’incardina istituzionalmente, non si coniuga con un concetto di legalità, non si declina nelle forme della democrazia o della giustizia o dell’uguaglianza. Giornalisti e sociologi chiamano tutto questo, a volte bisogna ammettere con ragione, devianza, follia, microcriminalità diffusa, decadimento dei costumi, imbarbarimento della società non più governata da alcun valore. Ma per capire bisogna alzare lo sguardo sulla luna e non fissare il dito che la indica. Scrive un autore non sospetto come Isaiah Berlin, uno dei maggiori rappresentanti della grande tradizione del liberalismo europeo: «Simili azioni possono essere ingiuste, possono comportare violenze, crudeltà, la riduzione in schiavitù di altre persone, ma sarebbe difficile negare che in questo modo colui che agisce si mette in gradi aumentare la sua propria libertà nel senso più letterale possibile». Perché la libertà è libertà e basta. Proprio su questa “mobilitazione totale” verso la libertà e la sua ribellione contro la legalità, le culture della strada hanno saputo rompere la stabilità dei codici e della loro storia e hanno costretto l’ordine simbolico a cedere il passo all’immaginario che muta e ricostruisce continuamente i legami tra immagini e significati perché si è persa ogni credenza nella fondatezza (F.Carmagnola).

I loro eroi, da Céline a Jack Kerouac, da Sam Peckinpah, a Clint Eastwood, da Capitan Harlock a Braveheart, da Frodo Baggins al Libanese e al Freddo di “Romanzo criminale”, da “Fight Club” ai pirati dell’Atlantico, tanto per citarne alcuni, disertano i valori universali, tradiscono le forme e le discipline che predispongono a una vita virtuosa e rispettosa delle regole, oltrepassano continuamente i confini della legge. Ma soprattutto sanno che non importa con quale regola il nemico viene battuto perché “la regola più alta è quella che lo sconfigge”. Sono eroi “di destra”? Non lo so e non mi interessa. Ma se fosse così allora bisognerebbe domandarsi perché la sinistra è incapace di creare un suo immaginario. E senza immaginario, lo sanno tutti, non si fa politica vincente. Oppure qualcuno pensa che oggi il buonismo, l’autodisciplina, la responsabilità, il senso dello Stato, l’austerità facciano sognare uomini e donne?  Ha ragione Céline: «Bisognerà davvero una sera far addormentare le persone felici e mentre dormono, ve lo dico io, farla finita una buona volta con loro e con la loro felicità. Il giorno dopo non si parlerà più della loro felicità né della loro Bontà e saremo di nuovo liberi d’essere infelici come vorremo».

*Massimo Ilardi

*Massimo Ilardi insegna sociologia urbana presso la facoltà di architettura di Ascoli Piceno, all’università di Camerino, ed è direttore della rivista Gomorra. Da molti anni ha concentrato i suoi studi sulle trasformazioni economiche, sociali e culturali delle metropoli «post fordiste», indagando con attenzione i fenomeni legati al consumo, agli stili di vita delle nuove generazioni.

sabato, 27 giugno 2009

UNA BRUTTA STORIA

   QUESTA  E' ROMA !    

Sensi, Fioranelli, Gheddafi, Angelini. Per poi continuare con gli istituti di credito Unicredit e Mediobanca. Ma in tutto questo forse qualcuno  ha dimenticato il fattore principale in questa stucchevole vicenda: i tifosi della AS Roma 1927. Eh si, proprio loro. Quelli che da questo circo mediatico intorno alla AS Roma stanno realmente subendo la questione a livello emotivo. I soli, aggiungiamo noi. Perchè sballottati senza rispetto, a causa di una informazione lasciva e totalmente in balia "delle fonti d'informazione autorevoli e attendibili...". Diciamolo subito, in questa non comunicazione riteniamo l'attuale vertice della società Roma il colpevole principale. Non è possibile comunicare solo attraverso freddi comunicati finanziari con il proprio Popolo, perchè tale strategia comunicativa non appartiene al modo di concepire una società di calcio. In questo momento sarebbe bastata anche una frase del nostro presidente, anche magari di circostanza, ma comunque qualcosa di tangibile a livello di comunicazione con la piazza. Ridicolo lasciar il campo ai giornali in questo modo, completamente  inattendibili e strumentalizzati da chi ha avuto interesse che le cose andassero cosi. Dispiace che l'attuale proprietà stia disperdendo quanto fatto di buono in passato, proprio alla fine di una storia, una bella storia, durata ben sedici anni...

La domanda che si pongono i tifosi della Roma rimane sempre quella, quale futuro? Ora non resta che incrociare le dita e sperare, perchè la palla passa direttamente nelle mani di chi ha ben poco a cuore il destino di questa società. Sappiano lor signori che questa è Roma! Noi non siamo la formellese e non ci acconteteremo di un Lotito qualunque pur di cambiare. Roma merita rispetto e una proprietà adeguata alle ambizioni dei propri tifosi...A noi i salvatori della patria nun ce servono! Com'è che si dice?

A buon intenditor...

FONTE: AS ROMA 24