PENSIERO UNICO

Utente: alwaysurbi
Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. ALWAYSURBI@YAHOO.IT / mio contatto MSN Messenger: alwaysurbi@hotmail.it
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" Molte cose non sono neppure tentate perché appaiono difficili; molte cose sembrano difficili soltanto perché non vengono osate". Wenzel Anton Kaunitz //CHE SIA SOLO L'INIZIO! "Ho speso molti soldi per alcool, belle donne e macchine veloci. Il resto l'ho sperperato. Beh, alcune cose me le sono lasciate sfuggire: Miss Canada, Miss United Kingdom, Miss Germany... Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé. Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita. Ho smesso di bere, ma solo quando dormo" ORA RIPOSA GEORGE

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domenica, 30 novembre 2008

ROMA-FIORENTINA 1-0: STIAMO TORNANDO...

La Roma continua la sua scalata battendo per 1-0 la Fiorentina grazie al gol di Francesco Totti. Il capitano sta tornando così come la su squadra, ed ha realizzato il terzo centro consecutivo in tre gare. Inoltre, Totti è tornato al gol all’Olimpico che gli mancava da otto mesi. Il risultato comunque sta stretto ai giallorossi, che hanno costruito molto colpendo anche due pali. Una menzione particolare per il pubblico della Roma, vero trascinatore di questa rinascita giallorossa. Applausi!

In extremis la Roma perde Perrotta, al suo posto Taddei, con Vucinic, Baptista e Totti. Prandelli invece risponde con un tridente puro composto da Santana, Gilardino e Mutu. Proprio il rumeno oggetto del desiderio ad agosto dei giallorossi, festeggia le duecento presenze in Serie A. Primi venti minuti pirotecnici, con diverse occasioni su entrambi i fronti, gara bella, ma primo tempo che si chiude senza reti. Al 1’ Juan sfiora di testa il bersaglio, passa un amen, e Doni deve volare per respingere un velenoso calcio piazzato di Mutu. Al 7’ viola ancora incisivi con Montolivo, Doni para in due tempi. Totti prova a scuotere i suoi, ma Frey respinge con le gambe la conclusione del capitano. Al 25’ ancora una chance per la Roma, Baptista però non riesce a superare l’attento portiere gigliato. L’ultima emozione arriva al 40’ punizione di De Rossi colpo di testa di Totti che si stampa sul palo.

Nella ripresa non cambia il copione tattico, Roma proiettata in avanti, Fiorentina sulle sue ma pronta a ripartire di rimessa. All’8’ Vucinic serve Baptista, il tiro del brasiliano trova pronto Frey. Al 14’ però la Roma passa; Taddei vede Totti, destro potente che piega le mani di Frey. Passano due minuti e Vucinic di testa vanifica un assist di Totti, facendo fare una bella figura a Frey. Al 20’ il portiere transalpino dice di no al destro di Taddei. Prandelli getta nella mischia Jovetic e quindi Pazzini. La Roma perde invece per infortunio Mexes, al suo posto Loria. Al 35’ i giallorossi potrebbero raddoppiare, il siluro di Baptista si schianta sulla traversa. Nei cinque minuti di recupero succede di tutto, prima la squadra di Spalletti manca con Vucinic il colpo del ko, quindi a venti secondi dalla fine, una prodezza di Doni su Felipe Melo consente ai giallorossi di centrare la terza vittoria consecutiva.

IL TABELLINO

Roma (4-3-2-1): Doni 6.5, Cassetti 6 (65’ Cicinho 6),  Mexes 7.5 (74’ Loria s.v.), Juan 6.5, Riise 6.5, Taddei 6, De Rossi 7, Brighi 6.5, Baptista 6.5, Totti 7 (87’ Menez s.v.) Vucinic 6. A disp: Arthur, Virga, Montella. All Spalletti 6.5

Fiorentina (4-3-2-1): Frey 6.5, Zauri 6, Gamberini 6, Kroldrup 5, Vargas 5.5, Kuzmanovic 5.5 (73’ Almiron s.v.),  Melo 6, Montolivo 5.5, Santana 5 (60’ Jovetic 6),  Gilardino 5 (75’ Pazzini 5.5), Mutu 5. A disp: Storari, Da Costa, Pasqual, Semioli. All: Prandelli 6

Arbitro: Tagliavento 5
Marcatori: 58’ Totti
Note: ammoniti De Rossi, Melo, Mutu, Taddei,

postato da: alwaysurbi alle ore novembre 30, 2008 20:37 | link | commenti
categorie: varie, riflessioni, news, calcio, storia, attualitĂ , beer, asr 1927, wwwaiutiamoedoardoit, stagione in corso

MATCH PROGRAM // E' ORA DI RIAFFERMARE LA NOSTRA SUPERIORITA'...

Roma-Fiorentina, una classica del calcio italiano che oggi dovrà certificare l'uscita dalla crisi della formazione Spalletti. Squadra giallorossa reduce dalla bella affermazione in terra rumena, oggi incontra "Il Rumeno" per eccellenza. Il giocatore che a Trigoria e dintorni ha tenuto banco per tutto il mercato estivo, salvo poi arrendersi e intraprendere altra strade. Partita quindi dai mille risvolti, in campo e non... 

  V   I   N   C   E   R   E    !

Il 3-1 di mercoledi e il primo posto nel girone davanti al Chelsea, hanno dato piena conferma: la Roma è rinata.

Una rinascita iniziata dalla vittoria contro i Blues londinesi e che ha travolto anche Lazio, Lecce e Cluj, con il solo Bologna che si è salvato andando a pareggiare all’ultimo secondo. Totale: 4 vittorie e un pari, 11 gol fatti, solo 3 subiti. Un cambio di passo che porta con sé diversi spunti di analisi: la fine della lunga catena di infortuni (quello di Totti su tutti), la scoperta di giocatori come Brighi e l’ambientamento di Baptista, la voglia del gruppo di rispondere a chi lo dava per disunito e, soprattutto, la capacità di
Spalletti
di dare una sterzata importante con il cambio del modulo.

La stessa sterzata che fu decisiva nel 2005-2006, l’anno delle 11 vittorie consecutive. Tante sono le analogie con la stagione in corso: l'annata parte in salita (complice anche l’impossibilità di fare il mercato estivo per la vicenda Mexes), relegando, alla sosta natalizia, la squadra a un’innocua posizione di metà classifica. In più il gioco non porta i frutti sperati da Spalletti che si trova a dover fronteggiare i problemi nello spogliatoio causati dalle bizze di Cassano, successivamente ceduto al Real Madrid.

La svolta però è dietro l’angolo e ha una data ben precisa: 21 dicembre 2005, Roma-Chievo 4-0. Da lì nasce la Prima Rivoluzione Roma. Da lì nasce un gruppo unito e compatto, capace di giocare un calcio divertente e produttivo con l’ormai famigerato 4-2-3-1. Uno tra i protagonisti assoluti della nuova filosofia fu Simone Perrotta, centrocampista tutto polmoni reinventato trequartista col vizio dell’inserimento e del goal. Tutti parlarono di sorpresa Perrotta e di un giocatore fondamentale e insostituibile nel gioco della Roma.

Tre anni dopo, ancora un cambio in corsa: bisogna dare una svolta, il momento è delicato e c’è urgenza di trovare qualcosa di funzionale che permetta a questa squadra di dimostrare il suo valore: ecco la Seconda Rivoluzione Roma, fondata sul bel gioco ma anche sul saper lottare e soffrire sopra ogni pallone.

Se tre anni fa gli onori toccarono a Perrotta ora invece spettano a Matteo Brighi, anche lui contagiato dal vizio dell’inserimento (tra i tanti, l’assist per il cucchiaio di Totti a Lecce) e del gol, come testimonia l’importantissima doppietta rifilata al Cluj che permette alla Roma di guardare con molta fiducia a questa Seconda Rivoluzione che passa per la
Champions e per la rincorsa in campionato.                         [ Francesco Mancuso
]

 LE PROBABILI FORMAZIONI DI ROMA-FIORENTINA ORE 15:00

     

    

4-3-2-1   Formazioni  4-3-1-2
Doni 32
Cassetti 77
Mexes 5
Juan 4
Riise 17
Taddei 11
De Rossi 16
Brighi 33
Baptista 19
Vucinic 9
Totti 10
  
1 Frey
14 Zauri
2 Kroldrup
5 Gamberini
6 Vargas
22 Kuzmanovic
88 Felipe Melo
18 Montolivo
24 Santana
11 Gilardino
10 Mutu

a disposizione

      Artur 25
      Loria 15
      Virga 34
      Cicinho 3
      Perrotta 20
      Menez 24
      Montella 23
All.Spalletti  
   
13 Storari
54 Da Costa
23 Pasqual
30 Almiron
8 Jovetic
7 Semioli
29 Pazzini
  All.Prandelli
Arbitro: Tagliavento di Terni

postato da: alwaysurbi alle ore novembre 30, 2008 11:01 | link | commenti (1)
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sabato, 29 novembre 2008

PRADE' ASSICURA: " MUTU? NON LO VOGLIAMO PIU'! "

"Mutu non ci interessa più, non lo vogliamo, ora è solo un avversario e vogliamo batterlo": il direttore sportivo della Roma, Daniele Pradè, ha chiarito così, al Corriere dello Sport, la posizione della società giallorossa a proposito di un eventuale, nuovo, interesse nei confronti dell'attaccante romeno.

Una dichiarazione che fa 'a botte' con le indiscrezioni trapelate nelle ultime ore. Parere personale, il buon Adrian è un gran calciatore ma, viaggia per i 30 anni. Un affare, che a questo punto, sarebbe ridimensionato a livello economico. Non ci sorprenderebbe se fosse la stessa società viola a pressare la Roma per riallacciare la trattativa. Che sfumò ricordiamolo per inadempienze di comunicazione in seno alla società toscana. Dopotutto la Champions League "disputata" dai viola ne è la dimostrazione. Non si diventa grandi in pochi mesi...

LA RIVOLUZIONE

sparta

La rivoluzione di oggi non potrebbe scaturire dagli striscioni penzolanti e dai cori di protesta (patetiche elemosine chieste all’uomo che passa), ma divamperebbe quando si trovasse il coraggio di affermare che una lepre, una vacca – composte interpreti del proprio destino – meritano di essere uccise ben meno dell’uomo che, sfrenato dall’arbitrio, ritiene ‘insolenza’ sinonimo di ‘libertà’. La rivoluzione di oggi dovrebbe irridere tutta la precettistica da duello romantico, da guerra ‘etica’, possibile solo finché ci siano éthoi in concorrenza, impossibile quando a disputare siano il ventre enfiato e la bile. La rivoluzione di oggi non la si fa mirando il copricapo di uno sbirro, la toga di un giudice, l’auto blu di un politicante: non la si fa mirando. La si fa esibendo le fondamenta marce di un mondo marcio (e le fondamenta di questo mondo sono i pretesti morali, gli espedienti morali, tutto ciò che è morale). L’unica rivoluzione che fosse vera rivoluzione sarebbe scandalo e sprezzo totale, non questua di consenso, non civetteria armata, non cineseria dinamitarda. L’unica rivoluzione che fosse vera rivoluzione sarebbe la dimostrazione in praxi che le verità della natura (le verità tribali, sì, “prepolitiche”, perché la politica in fin dei conti che cos’è se non compromesso e contratto – e quindi contatto e contaminazione?), le verità del sangue non si mettono a tacere sotto un sudario di leggi e codicilli. Che le verità del sangue sono grandi e terribili, e che la vita, che la sua grazia, è selvatica e non addomesticabile; che solo la morte può essere - immota e insensata – innocente.

Anna K. Valerio (Cultura.Net)

venerdì, 28 novembre 2008

GIULIO CESARE: TRA STORIA E MITO

 

Il trionfo elettorale del primo uomo di colore destinato alla Casa Bianca è il più riuscito prodotto del meccanismo mediatico non solo statunitense ma mondiale. Fermo restando implicazioni e contingenze politiche, questa rimane ancora l’era delle categorie del politico ridotte a surrogato.
Obama, a seguito di un’affluenza alle urne del 65%, ha ottenuto comunque solo il 53% dei consensi rispetto al concorrente repubblicano, sicché in questo senso la portata del suo successo ha un suo ridimensionamento relativamente al contesto americano. Tuttavia, è la caricatura occorsa su tutti i mezzi di comunicazione mondiali che fa del personaggio un riuscitissimo marchio globale, ben oltre la sua caratura. Obama è come la Juve: fa più tifosi fuori che in casa.
Nell’ottica di uno spirito profondamente e autenticamente europeo, l’ascesa di Obama non tocca le vette del politico né delle idealità. Ma poiché lo spirito europeo vive una terribile crisi di identità, lo slancio dell’entusiasmo americano e con esso globale assume i caratteri di una vitalità rinnovatrice che diviene fonte di nuovi miraggi e aneliti di salvezza.
L’Europa che da tempo ha smarrito se stessa ritrova altrove, ancora una volta, una vocazione e una speranza che non dovrebbero esserle proprie. L’Europa che abbraccia il nuovo mito di Obama è ancora l’Europa castrata che rinuncia a se stessa per continuare a sentirsi Occidente. Finis Europae, una volta di più.
La convergenza, assolutamente logica considerato l’humus politico-culturale post-moderno, dell’apparato destra-sinistra verso la figura del nuovo presidente globale misura una rovinosa rinuncia alle nostre radici. Non è solo un problema di classe dirigente, ma è un problema della comunità tutta. Se qualcuno ha aperto gli occhi, nel corso del doppio mandato repubblicano, dinanzi a cosa significhi l’impronta degli Usa sul mondo e, di più, dinanzi al fenomeno globalista, il rischio è che possa richiuderli o spostare lo sguardo ora che si avrà un filone democratico.
Il soft power americanista, mai abbandonato, avrà un ruolo maggiore anche perché dovrà in qualche modo veicolare gli interventi per affrontare la crisi economica e rendere più presentabili quelli ad hoc nei fronti aperti dall’hard power. Hard e soft power procedono insieme nell’edificazione del dominio americanocentrico e della struttura mondialista.
Obama è uno straordinario prodotto del soft power. E’ un figlio della globalizzazione, come celebrano gli stessi entusiasti dell’uno e dell’altra. Il fenomeno Obama corre nel più vasto fenomeno del mondialismo, con tutto il peso schiacciante degli Stati Uniti.
Come accade nelle democrazie presunte tali occidentali e in particolare americana, il pendolo globalista, nelle sue connotazioni politiche, economiche, culturali, oscilla tra una dimensione, per così dire, più di destra e un’altra più di sinistra. Ai tempi della morte della politica, dell’uccisione delle identità dei popoli e della presa di potere da parte di soggetti apolidi, perché apolide è il capitalismo, il potere stesso diviene prassi tecnocratica ed economicistica. In questo contesto, destra e sinistra sono sfumature molto di colore e solo relativamente identitarie. E relativamente identitarie lo sono anche, ovviamente, negli Stati Uniti, al cospetto di un sistema in cui le presidenze e le amministrazioni non cambiano le fondamenta della struttura, semmai la facciata.
Le armate giornalistico-intellettuali ad alta voce e con ipocrita saggezza ci stanno ricordando che la democrazia americana è capace in questi giorni di rigenerarsi perché rigenerarsi è connaturato alla sua essenza che ne fa la sua grandezza. Si portano dietro ampi strati dell’opinione pubblica, instillando in essa la sensazione di farsi in qualche modo partecipe della Storia e di una speranza. Che dire, beati costoro che hanno la forza di regalarsi e regalare ancora entusiasmi, quasi fosse solo l’ebbrezza di una più modesta illusione.
Noi, invece, ci permettiamo di non sentirci rinati nell’anima e nel cuore per questa Obamafilia che è un’allucinazione collettiva, l’ennesimo mito della plutocrazia americana.
Le allucinazioni collettive e la costruzione dei miti riescono meglio quando il pendolo americano (e globalista) si sposta a sinistra, sul fronte liberal, dotato di un populismo più colorato, vetero-finto-pacifista, meno guascone e con una buona dose di intellettualismo presunto tale. Nel luglio 2004, alla convention nazionale democratica, il volto nuovo della politica a stelle e strisce ribadiva: “Non esistono un’America liberale e un’America conservatrice, esistono gli Stati Uniti d’America. Non esistono un’America nera e un’America bianca e un’America ispanica e un’America asiatica, esistono gli Stati Uniti d’America”.
Rispetto al consolidarsi del terreno comune tra repubblicani e democratici, la trovata di quest’ultimi di un candidato di colore – anche se nata da un sincero approccio ideale - era l’arma necessaria per presentare la prospettiva di una rottura apparente.
In realtà, non c’è alcuno “I have a dream” che trova realizzazione, non c’è alcuno Black power alla riscossa, nessuna utopia che diventa realtà e soprattutto, nessun mondo che cambia. Non assistiamo a nessun riscatto dei neri d’America, ma alla loro mortificante strumentalizzazione. Ma per i liberali di destra-sinistra conta solo il dogma ideologico e l’impostura mediatica, perché l’America è l’America. In Europa, nel mondo, negli States, “a torto o a ragione”, per nascita o per adozione politica e culturale, l’America è la loro terra.
Il messaggio che il sistema lancia agli americani e indirettamente al mondo, in particolare all’Europa, va oltre la classica rivincita dei neri post-schiavitù. Il messaggio è che il crogiuolo multietnico-tribale-razziale funziona, che chi è parte di una minoranza nel “Paese dove tutto è possibile” può farcela, può finalmente non sentirsi diverso. In realtà, è solo il falso mito - che perpetua se stesso - di un’America che si redime dei peccati razzisti, che incarna un esempio per tutti, e del mondialismo come prospettiva futuribile. Il variegato mosaico etnico, a rigor di demografia, soppianterà pure la dimensione wasp, ma il motore di ciò sarà ancora – e non solo negli USA - l’ideologia del cosmopolitismo apolide in connubio con il grande capitale, per un sistema di salariati sfruttati, omologati, senza identità di popolo nel circuito del “produci e consuma” con il relativo “inventario” di merci culturali. Libero mercato in Libero Mondo, diranno. E con gli Stati Uniti pur sempre come faro e guida di civiltà. In morte di ogni legittima sovranità, delle identità e appartenenze nazional continentali, delle istanze di giustizia sociale. Per i sinistroidi (quelli della falsa sinistra) di ogni latitudine si apre una fase di nuova visibilità. In un certo senso, i destroidi sembrano avere un po’ più di realismo, nell’altrettanto loro americanismo, quando giustamente rilevano che in fondo con il nuovo presidente l’intelaiatura non cambia: l’America è sempre l’America. La sinistra, invece, si eccita. Persino parte di quella più estrema con precisi richiami comunisti di ritorno è come se riscontrasse affinità identitarie, nutrendo fiducia in taluni aspetti Obama style. E’ tutto assolutamente logico, spiegabile alla luce del noto assunto: marxismo e liberalismo sono le due facce della stessa medaglia con il medesimo impianto illuministico: progressismo, determinismo, internazionalismo, economicismo e attesa messianica. La sinistra, ai suoi vari livelli, estremi o moderati che siano, ha sostituito l’internazionalismo apolide del proletariato e della massa con il mito del meticciato e dei diritti umani che sono propri della globalizzazione altrettanto apolide a conduzione liberalcapitalistica.
Liberaldemocratici di destra-sinistra, estremi compresi, sono tutti all’interno del paradigma occidentalista, con buona pace di chi si crede alternativo o portatore di global change, compresi i destroidi estremi con piglio antiamericano ma paladini di un supercristianesimo che paventa, tra rigurgiti razzisti o xenofobi, un Islam incombente come minaccia alla civiltà euroccidentale.
Si avrà modo di analizzare le prospettive e la prassi della nuova presidenza, tra uso dello Stato come utensile delle oligarchie per rimettere in sesto il processo di crescita (questa mitica panacea) e il totem mercato, e proiezione degli USA sul pianeta, ma ad oggi rimane un nodo da sciogliere: quanto è politico il fenomeno Obama? Decisamente meno di quanto si voglia far credere. I democratici di casa nostra dovrebbero provare a coglierne le similitudini col berlusconismo piuttosto.
Vero è che la tradizione della partecipazione politica europea (almeno una volta) è tradizionalmente diversa da quella americana, ma nell’appiattimento e nella personalizzazione che si diffondono le suggestioni veicolate dai media portano a distorcere le analisi. Obama ha sbaragliato tutti senza credenziali politiche vere, senza un seguito politicamente formato di seguaci ma con una macchina elettorale che ha sublimato il concetto di marketing. Egli ha saputo innanzitutto vendere se stesso, le sua storia e quella dei suoi avi, ammantando il tutto con il fascino di un “uomo nuovo” che non si sa bene da dove viene e neanche dove vada. Ma promette un cammino e una visione. Per l’America, dunque per il mondo. Egli annuncia di essere un cittadino americano certo, ma un cittadino del mondo come valore aggiunto. Infelici e ingiusti muri hanno senz’altro segnato e segnano la storia dei rapporti tra uomini e popoli. Ma serbiamo un timore: che anche le identità dei popoli siano considerate dei muri da abbattere in nome del cosmopolitismo. L’americano vuol sentirsi assolutamente americano, ma anche cittadino del mondo. Quest’ultimo senza conoscerlo, ma gli States pensano e agiscono per tutti.
L’Obamafilia è l’ultimo filone del nuovismo, l’ultimo prodotto del Pensiero Unico, l’ennesima propaggine messianica dell’americanismo come messaggio salvifico. Dunque, come sistema di dominio planetario.
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