PENSIERO UNICO

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Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l'Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te. ALWAYSURBI@YAHOO.IT / mio contatto MSN Messenger: alwaysurbi@hotmail.it
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" Molte cose non sono neppure tentate perché appaiono difficili; molte cose sembrano difficili soltanto perché non vengono osate". Wenzel Anton Kaunitz //CHE SIA SOLO L'INIZIO! "Ho speso molti soldi per alcool, belle donne e macchine veloci. Il resto l'ho sperperato. Beh, alcune cose me le sono lasciate sfuggire: Miss Canada, Miss United Kingdom, Miss Germany... Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé. Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita. Ho smesso di bere, ma solo quando dormo" ORA RIPOSA GEORGE

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sabato, 31 maggio 2008

LA FESTA E' FINITA

L’estate è ormai alle porte e questa stagione finora aveva sempre portato agli italiani due certezze: un’ondata di caldo opprimente e… le feste dell’Unità. Puntuali come una cambiale, le manifestazioni organizzate dal quotidiano di quel che un tempo fu il Pci da decenni ormai animano l’estate di città grandi e piccole, con contenuti però diversificati secondo il target. Sono passati i tempi delle tavole rotonde con dibattito finale e nei quartieri radical chic già da qualche tempo si respirava più l’aria da “wine bar” che quella della sagra della porchetta, ma le feste dell’Unità, in qualche modo erano una delle poche cose nazionalpopolari rimaste in circolazione, in verità più per vocazione naturale che per scelta dei vertici del Botteghino.
Quest’anno avremo, probabilmente, l’afa, ma non avremo più le feste dell’Unità.
Il compimento della mutazione genetica da Pci a Pds e poi da Ds a Pd ha prodotto questo ultimo effetto collaterale. L’estate italiana sarà caratterizzata dalle feste del Partito Democratico, con la speranza che non si inventino pure un nome inglese per l’occorrenza. In quel caso scorrerebbero fiumi di Martini, perché, come tutti sanno, “no Martini, no party”.
Eserciti di massaie emiliane, intere generazioni formate al banco delle lasagne calde e lambrusco rimarranno inoperose e la pista del liscio rimarrà desolatamente vuota.
In lontananza un piano bar diffonderà una musica discreta, che non possa disturbare il dialogo tra gli ex nipoti di Togliatti e gli ex nipoti di De Gasperi ormai coinquilini nello stesso partito. Uno stand sarà riservato ai teodem, dove forse si potranno acquistare reliquie della dc e forse anche certificare conversioni di massa alla liberaldemocrazia.
Le nuove feste saranno accoglienti ed ecocompatibili ed appena entrati tutti respireranno un’aria nuova che, pacatamente, si diffonderà fino agli stand dove si potranno sottoscrivere i mutui quarantennali offerti, a prezzo fiera, dagli istituti di credito vicini al Pd.
I prezzi saranno un po’ più cari di un tempo, non tanto per l’effetto euro, quanto per mettere a proprio agio l’elettorato conservatore di centrosinistra, in compenso sarà tutto griffato, compresi i salotti dell’area ristorante che sostituiranno le vecchie proletarie panche di legno.
Qualche vecchio comunista forse ad un certo punto sentirà l’odore forte ed intrigante di una grigliata di salsicce e quando scoprirà che esso proviene da una festa della Lega scoppierà a piangere.
Se il Carroccio ha avuto un successo elettorale mentre la sinistra collaborazionista è crollata una spiegazione c’è e sta tutta in una piadina, in un piatto di polenta, in un panino con la porchetta o con la ‘nduja. La gente non capisce e non potrà mai capire le alchimie della politica di Palazzo, che anzi sente ostile (e non sbaglia). Il Palazzo non rappresenta la gente, lo Stato non rappresenta più la gente. Il fatto è che lo Stato siamo noi, il popolo italiano, un popolo che non potrà certo trovarsi a suo agio davanti ai piatti da nouvelle cousin delle feste del Pd, nemmeno se serviti… pacatamente.  rinascita.Info

venerdì, 30 maggio 2008

CIAO AGO

A AGODIBBA

Ago sta lì , nella memoria,
'nposto stabilito dalla storia,
ci' aveva l`anni mia, quanno decise,
e 'a vita tutto solo se recise!

Perche` l`hai fatto vecchio, eroe mio?
Perche` co te so morto 'npò purio?
Ce stava tanto dentro te che somijava,
a quello che ne 'a testa me passava!

A COPPA ch`amo perso quella sera,
pe me era er sogno de ‘na vita intera,
e tu cor core tuo romano,
l`hai persa pe' poi annattene lontano!

Ma mai lontano dar core romano,
che `ngiorno t`ariprese pe la mano,
tornasti qui, ma ROMA nun era piu` quella,
pero` era ancora tanto bella!

Er core te cedette allo sconforto,
e fece poi de te un`omo morto!

Ma io t`arivedo sempre da lontano,
cammini su quer campo piano piano,
posi er pallone sopra quer dischetto,
e poi lo spari `nporta, ed e` Scudetto!

La COPPA l`amo persa quella sera,
pe tutti noi e` ancora ‘na sciagura,
pero` Io a te vojo dedica`
er tricolore vinto da tutta la Citta`!!
CIAO AGO! Tira LA BOMBA!!

(Per non dimenticare...)

di Mario Filippi

giovedì, 29 maggio 2008

"AL PIGNETO SONO STATO IO, NON CHIAMATEMI RAZZISTA"

Beh, ricordate il “raid nazista” di Roma al Pigneto, che i giornali avevano subito dato in pasto all’opinione pubblica qualche giorno fa? Bene, oggi dalle pagine di Repubblica, e con meno clamore, leggiamo un interessante articolo-intervista
al (presunto) capo dell’azione, che in realtà capo non è, come dice lui stesso,
né tanto meno è fascista o nazista. Ha qualche reato alle spalle, è cresciuto con idee di sinistra, dice di rispettare tutti, bianchi e neri, purché rispettosi del suo quartiere quei ragazzi che gli sono andati dietro, dice, non li ha né comandati né spinti lui a fare quel che è stato fatto: “senza volerlo, avevo slegato la bestia. Avevo capito che il veleno mio era il veleno di tutti”. E poi continua parlando della verità, di storie di spaccio e furti in piena notte. Certo, la certezza che dica tutta la verità non l’abbiamo per ora. Sicuramente, se i giornali smettessero di cercare dovunque il mostro, nazista e con svastiche dappertutto, queste storie sarebbero molto più chiare e una certa verità, scomoda ma pur sempre verità, verrebbe fuori. Quella verità che è chiara a tutti ma che all’opinione pubblica qualcuno ha deciso che non si deve raccontare: che il meltin pot ha fallito, non ha futuro e che l’immigrazione selvaggia ha prodotto disagi, per stranieri e italiani, una crescita vertiginosa della criminalità e della delinquenza a nostro danno e, si, anche del razzismo, ma quello contro gli italiani, perpetrato ogni giorno come un rito dai media ammaestrati e prezzolati.

da Repubblica

Il ricercato: “Sono di sinistra, basta schifo nel quartiere
Politica e razze non c’entrano. Mi sono fatto giustizia”

di Carlo Bonini

L’uomo del raid del Pigneto, “l’italiano sulla cinquantina” cui la polizia cerca da cinque giorni di dare un volto, il più vecchio tra i mazzieri, il “Capo”, arriva all’appuntamento ai tavolini di un bar che è notte. Ha i capelli brizzolati, gli occhi lucidi come di chi è in preda a una febbre. Allunga la mano in una stretta decisa che gli fa dondolare il ciondolo d’oro al polso.

“Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista…”. La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L’avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara.
“Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera”. L’uomo ha 48 anni. Delle figlie ancora piccole. Una storia difficile di galera e di imputazioni per rapina. E, naturalmente, un nome. “Quello lo saprai molto presto. Il giorno che mi presento al magistrato, perché quel giorno il mio nome non sarà più un segreto. Mi presento, parola mia. La faccio finita cò ’sta storia. Ma ci voglio andare con le gambe mie a presentarmi. Nun me vojo fà beve (arrestare ndr.) a casa. Perciò, se proprio serve un nome a casaccio, scrivi Ernesto… “.

Indica la foto sulla prima pagina dell’edizione di Repubblica del 27 maggio. Quella scattata durante il raid con il telefono cellulare da uno dei testimoni dell’aggressione. “Ecco. Io sono questo qua. Questo cerchiato con il marsupio e la maglietta rossa, che si vede di spalle. La maglietta è una Lacoste. Adesso ti racconto davvero come è andata. Ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità, come diceva il Che, è rivoluzionaria. La politica non c’entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c’entrano un cazzo le razze. Non c’entra - com’è che se dice? - la xenofobia. C’entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito. Io ho sbagliato. E non devo e non voglio essere un esempio per nessuno. Ma per una volta in vita mia, ho sbagliato a fin di bene. E allora è giusto che il Pigneto veda scritta la verità. Se lo merita. E quella la posso raccontare solo io”.

La “verità” di “Ernesto” ha un incipit. Giovedì 22 maggio. Quarantotto ore prima del raid. “A metà mattina, a una donna di cui non faccio il nome e a cui voglio bene come a me stesso, rubano il portafoglio in via Macerata. Non faceva che piangere. Un amico mio - un immigrato, pensa un po’ - mi dice che se lo voglio ritrovare devo andare nel negozio di quell’infame bugiardo dell’indiano. In via Macerata. Perché il ladro sta lì. E’ un marocchino, un tunisino, mi dice l’amico mio. Venerdì, verso mezzoggiorno, ci vado. Trovo questa merda di marocchino, o da dove cazzo viene, questo Mustafà, seduto davanti al negozio con una birra in mano. Una faccia brutta, cattiva, con una cicatrice. Mi fa cenno di entrare e nel negozio mi trovo lui, l’indiano bugiardo e un vecchio, un italiano. Il marocchino mi dice: “Tu passare oggi pomeriggio e trovare portafoglio”. Io dico va bene e, te lo giuro, non mi incazzo, né strillo. Dico solo: “Dei soldi non me frega niente. Ma dei documenti sì”. Ripasso il pomeriggio e quello mi dice: “Scusa. Non fatto in tempo. Torna domani”. Io ripasso sabato mattina e quel Mustafà là, ridendo, sempre con quella cazzo di birra in mano, mi fa segno che i documenti l’ha buttati dentro una buca delle lettere. Allora non ci ho visto più. Mi è partita la brocca. Ho cominciato a strillare, dentro e fuori del negozio. In mezzo alla strada. E ho detto: “Se vedemo alle cinque. E se non salta fuori il portafoglio sfascio tutto”".

Alle 17 di sabato, dunque, arriva “Ernesto”. Ma non da solo. “Eh no. Fermati. Fermati qui. Io arrivo da solo. Perché io voglio andare a gonfiare il marocchino da solo. Io quando devo fare a cazzotti non mi porto dietro nessuno. Il problema è che quando arrivo all’angolo con via Macerata non ti trovo una quindicina di ragazzi del quartiere? Tutti incazzati e bardati. Te l’ho detto. Mi vogliono bene. Avevano saputo della tarantella ed erano due giorni che sentivano questa storia di questo portafoglio. Evidentemente volevano starci pure loro e si sono presentati. Non l’ho mica chiamati o invitati”.

“Ernesto” fa un cenno al cameriere. Chiede un whiskey di malto scozzese. Un “Oban”. Strizza l’occhio. “Lo vedi questo? E’ cresciuto con me al Pigneto”. “Che stavo a dì? Ah sì, i pischelli. Io davvero non riesco a capire come si sono inventati la storia della svastica. Ma quale svastica? Io questi pischelli non li conosco personalmente, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti. E, comunque svastiche non ce n’erano. Quei pischelli, per quanto ne so, si fanno il culo dalla mattina alla sera. E hanno solo un problema. Si sono rotti il cazzo di vedere la madre, la sorella o la nonna piangere la sera, perché qualche vigliacco gli ha sputato o gli ha fischiato dietro il culo. Te lo ripeto, io non l’ho chiamati. Io ce li ho trovati. E poi, scusa tanto sa, ma hai mai visto tu un raid nazista senza una scritta su un muro? Qualcuno si è chiesto perché, se era un raid, nessuno ha toccato per esempio i sette senegalesi che vendevano i cd taroccati in via Macerata? Lo vuoi sapere perché? Perché i senegalesi non avevano fatto niente. Perché sono amici. Perché portano rispetto e quando stava per cominciare il casino al negozio dell’indiano, gli ho detto di mettersi da una parte”.

Forse “Ernesto” vuole solo coprire quei ragazzi. Forse la sua storia comincia a pattinare. “Aspetta. Io ti ripeto che i nomi di quei pischelli non li conosco e, comunque, se anche li conoscessi non li farei mai. Ma la dimostrazione che dico la verità sai qual è? E’ che loro erano tutti coperti. Con i caschi, con i cappucci. E io invece ero l’unico a volto scoperto. Perché, come t’ho detto, io se devo andare a fare a cazzotti ci vado a mani nude, da solo e a viso scoperto. Te ne dico un’altra. La dimostrazione che sto dicendo la verità è che quando l’indiano di via Macerata mi vede e se la dà, dopo che gli ho sfasciato le vetrine, i pischelli si mettono a correre verso via Ascoli Piceno. Per me è finita lì. E non capisco quelli che vogliono fare. Allora li raggiungo a piedi e quando all’angolo tra via del Pigneto e via Ascoli Piceno vedo che stanno a fà un macello con i bengalesi, che si sono messi a sfasciare le macchine della gente del quartiere, cominciò a gridare. Grido: “A pezzi de merda che state a fa’? Annatevene da lì, a rincojoniti!”. Per questo, come ho letto sui giornali, dicono che hanno sentito “il Capo” dare ordini in italiano. Ma quali ordini? Io li stavo a mannà a fanculo perché mi era presa paura. Avevo capito che casino stava montando”.
Cosa aveva capito “Ernesto”? L’uomo butta giù il fondo di “Oban” rimasto nel bicchiere. Accende una Marlboro rossa. “Avevo capito che, senza volerlo, avevo slegato la bestia. Avevo capito che il veleno mio era il veleno di tutti. Sai perché penso che i pischelli sono andati dai bengalesi in via Ascoli Piceno? Perché quell’alimentari là, quello dove è andato a chiedere scusa Alemanno, due anni fa l’avevano chiuso per spaccio. Perché sotto il sacco dei ceci che dice di vendere, il bengalese ci teneva la droga. So che è andato assolto perché ha detto che la roba la nascondeva un marocchino. Sta di fatto che lì davanti è sempre un circo. Stanno sempre aperti. Anche alle cinque de mattina. Mi spieghi che cazzo si vendono?”.

“Ernesto” chiede un altro wiskey. “La storia potrebbe finire qua. Ma non finisce qua”. L’uomo, ora, ha voglia di raccontare chi è e come è cresciuto. “Perché tutto si deve sapere. Tutto. Perché poi, quando ti si bevono, i giornali scrivono un mucchio di cazzate”. E’ il quarto di cinque figli, “Ernesto”. Suo padre è un carabiniere. Lo perde a 8 anni e finisce in collegio, perché a casa, al Pigneto, non si riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. Quando esce dall’istituto, comincia a rubare. “Per fame. Ho sempre rubato solo per fame. E mai al Pigneto”. A 24 anni perde anche la madre. Comincia a entrare e uscire di galera. Regina Coeli, Sollicciano, “dove a Pacciani, j’ho fatto ‘na faccia tanto. Sto schifoso… “. “Sempre accusato di reati contro lo Stato… “. Contro lo Stato? “Sì, rapine in banca. Perché, le banche non sono dello Stato?”. Ride, per la prima volta. Poi si fa di nuovo cupo.

“Il Pigneto era bellissimo. Da ragazzino giocavo a ruzzichella dove adesso ci stà quello schifo di isola pedonale. Dove adesso vomitano e pisciano fino alle cinque de mattina, ci stava il cocomeraro e quello che vendeva le cozze col limone. Posso sopportare che mentre vado al mercato a comprare il pesce per mia figlia che è una ragazzina, lei deve vedere uno che se tira fuori l’uccello e sui banchi del mercato ci piscia? Eh? Lo posso sopportare?”. Il colore della pelle, dice, non c’entra. “Io ho litigato con tutti quelli che non portano rispetto alla gente del Pigneto. Bianchi e neri. Io ho fatto casino qualche settimana fa al pub di via Fanfulla, perché quattro stronzetti italiani non mi facevano rientrare a casa con le bambine e quando ho chiesto di spostare una macchina in doppia fila, mi hanno imbruttito dicendo: “Perché, se no che succede?”. “Succede che te gonfio”, ho detto. E si sono spostati. Ho litigato con degli algerini sotto casa, che mi stavano fregando il motorino. Ne ho appicciati al muro un paio e da allora sai come mi chiamano? “Grande mujaheddin. Grande talibano”. Beh, l’altra sera m’hanno riportato le chiavi della macchina che mi ero dimenticato sul cofano. Hai capito, sì? Io non ce l’ho con nessuno. Io voglio bene ai neri e ai bianchi che rispettano gli altri. Che rispettano il Pigneto, che insieme alla mia famiglia è l’unica cosa che ho. Io sono cresciuto al bar Necci, hai presente? Sai, no? Quello del film di Pasolini “Accattone”. Vai a chiedere di me lì. Vedi che ti dicono. Vai a chiede di me allo stagnaro di via Ascoli, o al bar di fronte. Vedi che dicono. Io ci sono poche persone che non rispetto. I bugiardi, i laidi, gli ipocriti, le pecore. E ti racconto ancora una cosa che mi devi promettere di scrivere”.

“Ernesto” tira fuori l’ultima sigaretta del pacchetto di Marlboro, che poi accartoccia come carta velina. “Pifano. Daniele Pifano, hai presente? Collettivo di via dei Volsci. Autonomia, anni ‘70 e compagnia cantante. Beh, stai a sentire. Viene a vivere al Pigneto e due anni fa becca un fascistello che gli rompe il cazzo. Ti dico: questo qua lo umilia e gli distrugge la bici davanti a tutti. Io mi metto in mezzo e da allora, quando vedono Pifano, si scansano. E lui che fa? Sabato, dieci minuti dopo il casino, si mette con i centri sociali nell’isola pedonale a strillare che sono arrivati i nazisti al Pigneto. Ma come si fa? Ma che uomo sei? Ma che dignità c’hai a giocare sulla pelle del Pigneto e del sottoscritto? L’altro giorno ho provato a chiamare anche Luxuria, quella di Rifondazione. Gli ho detto: “Dovemo parlà”. E lui: “Sì ma al telefono perché sono a Cosenza per una riunione”. Allora io dico. Tu starai pure a Cosenza, ma al Pigneto, che è dove vivi pure tu, chi ci pensa?”.

Chi ci pensa? “Ernesto” ride. “A pagare i wiskey ci pensi tu, perché io stò in bianco e devo pure pensare a trovare un avvocato bravo. Poi, quando sarà finita tutta questa storia, offrirò io. Ora vado. Mi raccomando. La verità. Io non sono un esempio per nessuno. Ma stavolta, davanti alle mie figlie, voglio che sia diverso. Non come le altre volte che m’hanno visto andare in Centrale o carcerato. Stavolta l’ho fatto per loro. E per il Pigneto. In fondo, non ho ammazzato nessuno. E tutto ’sto casino, non l’ho armato io”

postato da: alwaysurbi alle ore maggio 29, 2008 13:58 | link | commenti
categorie: varie, cultura, politica, riflessioni, news, storia, attualitĂ , citta di roma e dintorni
mercoledì, 28 maggio 2008

IL LIBRO DEL MESE // ISOLA PER DUE di AIDAN SWEETS

  Il conflitto nordirlandese visto 
     con gli occhi di un
bambino     

"Certe volte il mondo sembra mettersi in pausa. Sembra come quelle volte in cui, di spalle alla porta d’ingresso dell’aula, continui a dire peste e corna della Tweenings non rendendoti conto che
lei è lì, ti sta guardando. E tu noti l’assoluto silenzio della classe e pensi di essere veramente un grande perchè il silenzio vuol dire attenzione e l’attenzione riesce ad averla solo chi sa il fatto suo.
Allora aumenti anche il tono della voce. E la voce rimbomba, sbatte sulle pareti e ti ritorna indietro neppure avessi il walkman a palla con su il tuo discorso.
Lei non si è spostata, è là, ti lascia continuare perché già sa che arrivato ad un certo punto ti domanderai se davvero tutti pendono dalle tue labbra oppure...
Un attimo di terrore ti corre lungo la schiena, poi un breve riavvolgimento del nastro per chiederti:
“Ma cos’è che ho detto?” e quello che riascolti non è mai quello che avresti voluto sentire".

Freschezza e umanità: bastano due parole a descrivere l’essenza di Isola per due, esordio letterario dell’irlandese Aidan Sweets, edito in Italia da ARPANet e curato da Stefano Paolocci. Il romanzo, di chiaro stampo autobiografico, segue le vicende dell’esuberante Aidan, studente poco portato per il disegno ma con una straordinaria voglia di vivere.

Siamo a Doire, meglio conosciuta come Derry, Irlanda del Nord, nei primi anni Novanta. È il primo giorno delle vacanze estive e per il ragazzo è l’inizio di un’entusiasmante avventura: verrà realizzato un murale sulla parete del palazzo davanti a casa sua. È infatti il venticinquesimo anniversario della battaglia del Bogside, una delle pagine più buie della storia repubblicana irlandese del Novecento, e tre artisti locali decidono di ricordala con un affresco commemorativo. L’evento suscita la curiosità dell’intero vicinato, e non da ultimo quella di Aidan.

Quello che maggiormente colpisce di questo brevissimo romanzo è il contrasto tra la realtà effettiva dei fatti e il modo in cui ci vengono presentati dal punto di vista inconsapevole del protagonista. La città viene descritta come un centro pulsante di attività, congestionata dal traffico e dalle auto in doppia fila che costringe i suoi abitanti a una quotidiana lotta contro il tempo. Ma è una normalità puramente di facciata: a Doire (che l’autore tiene a chiamare col suo toponimo gaelico) imperversa una tensione acutissima, basti pensare che persino il colore dei marciapiedi segna i confini dei quartieri protestanti e cattolici della città, come a voler segnare una linea netta oltre la quale non si può andare. Anche a scuola Aidan è, in un certo senso, discriminato dalla severa signorina Tweenings perché cattolico. Questa rivalità etnica sfugge però al bambino, che sembra interpretarla come spirito campanilistico (non è un caso che il romanzo si apra con un’allusione a una partita di calcio tra la nazionale irlandese e quella inglese a cui ha assistito insieme al padre), senza cogliere la spirale di violenza che si porta dietro, mettendo così ancora di più in risalto la tragedia che per anni si è consumata in Irlanda del Nord.

Isola per due è senza dubbio un romanzo che si inserisce nella tradizione irlandese contemporanea, che tende a raccontare la controversa questione politica del Paese senza retorica né sentimentalismi di sorta. La prosa profonda e spensierata allo stesso tempo ricorda molto certi lavori di Roddy Doyle (in primis Paddy Clarke ah ah ah) e gli atteggiamenti di personaggi strappano più di un sorriso al lettore per la loro naturalezza.

Un romanzo sentito e necessario, che manda un messaggio di speranza di cui si fanno portavoce le giovani generazioni. Un piccolo capolavoro.

NOTIZIE SULL'AUTORE
Aidan Sweets ha più di vent’anni, ma non ancora trenta. Vive in una graziosa mansarda nella sua amata Doire (conosciuta ai più come Derry/Londonderry), sempre attraversata dal pigro fiume Foyle.
Si sposta prevalentemente a piedi, per evitare i disagi causati dalle famigerate auto in doppia fila che infestano la cittadina.
Isola per due è il suo primo romanzo: è il primo perché l’ha scritto diversi anni fa; è il suo perché ne è il protagonista.
Ha da poco aperto Tweenings, studio di grafica e illustrazione.

CARATTERISTICHE DEL LIBRO
Isola per due
di Sweets Aidan - ARPANet - 2007
Prezzo:
 10.00

postato da: alwaysurbi alle ore maggio 28, 2008 09:28 | link | commenti
categorie: varie, cultura, politica, riflessioni, news, storia, irlanda, attualitĂ , celtic, wwwaiutiamoedoardoit
martedì, 27 maggio 2008

SOROS - AS ROMA: STOP AND GO...


   PENNIVENDOLI O INCAPACI?     

Continua la querelle sulla presunta trattativa ( a questo punto il condizionale e' d'obbligo...) tra il magnate magiaro e la dirigenza giallorossa. Domenica tutti i principali quotidiani, sportivi e non, davano per certa la chiusura della trattativa tra ieri e oggi, stamane invece spaccatura profonda. Il Romanista ieri titolava "Soros now" o qualcosa del genere, oggi invece un perentorio "Soros: No". Naturalmente "bucare" una notizia e' consetito a tutti, solo chi non lavora non sbaglia, ma in questa vicenda i termini assoluti e definiti mi sembrano fuori luogo. Le prossime ore saranno decisive in un senso o nell'altro, entro questa settimana avremo le risposte alle nostre innumerevoli domande sparate nell'etere. La sensazione e' che comunque vada questa dirigenza sia destinata a cambiare, Unicredit preme e non vorremmo assistere ad un esproprio societario, la pazienza come in ogni cosa ha un limite,,,

Calma e sangue freddo, bisogna aspettare e non farsi prendere dalla frenesia di voler arrivare ad una verita' part-time, le prossime ore saranno decisive in questa trattativa. Il buon George sembra voler
far pagare quel "gioco delle tre carte" subito con quel fantomatico rilancio saudita di circa un mese fa, la storia di questo finanziere-filantropo insegna: se vuole una cosa, la prende.  

postato da: alwaysurbi alle ore maggio 27, 2008 10:27 | link | commenti
categorie: varie, cultura, politica, riflessioni, news, calcio, storia, attualitĂ , beer, asr 1927, citta di roma e dintorni