CHERS GAGLIOFFI, Incredibile sentenza negli States, dove un nero disarmato viene ucciso da tre poliziotti ed i tre riescono stranamente a finire assolti. A dimostrazione che le cose, da una parte all’altra dell’oceano, non cambiano (vedi la guardia giurata che ha ucciso Gabbo, oggi in liberta’). È proprio singolare poi come il Paese che si fa piu’ promotore della lotta al razzismo sia poi lo stesso in cui il razzismo è praticato in maniera più brutale e, paradossalmente, sotto la protezione stessa dello Stato. Sarà la distrazione o la superbia: a parlare troppo degli altri si rischia spesso di non curare se stessi. Le onde dell’Atlantico vivono di vento, si alzano violente sulle scogliere del Donegal e muoiono per tornare mare. Dalla costa ne respiro il divenire infinito, mentre il cielo basso e grigio nega l’orizzonte al bianco dei gabbiani in volo. Li vedo librarsi e rimanere sospesi tra folate che mi schiacciano contro le rocce e mi tolgono il fiato. Vorrei liberare l’istinto, lasciarmi trasportare e capire cosa c’è Oltre. Ma la pioggia forte mi entra negli occhi, mi riga il volto e mi ridesta in un brivido. Scendo dal costone, scivolo nel fango del sentiero e raggiungo la macchina sul piazzale. Mi siedo fradicio sul sedile e in un attimo i vetri si appannano. Riparto, ma fatico a guidare. Dal finestrino abbassato entra l’odore di salsedine. Gli occhi cercano avidi l’oceano: appare intermittente tra le case colorate di Bundoran. Il paese è una delle località di villeggiatura più famose della Contea. Oggi sembra deserto. Lungo il litorale incontro solo una mamma e il suo bimbo correre nella pioggia furente. Mi rifugio in un chiosco sulla baia. Le mani strette a una tazza di tè caldo, gli occhi nella vetrata a guardare il cielo livido. Sembra lo stesso, basso e intenso, che stamane si appoggiava sull’obelisco a Donegal Town. Ero lì, nel capoluogo che dà il nome a una delle province più grandi d’Irlanda. Ho incontrato la stele camminando sino al Diamond, la piazza principale della città circondata da negozi e pub. L’obelisco “vive” tra loro dal 1937: ricorda l’opera di quattro frati che trascrissero la mitologia celtica perché gli invasori inglesi non la distruggessero. The Annals of the four Masters ripercorre la storia dal diluvio universale sino al 1618. Alcune copie degli annali si trovano alla National Library di Dublino. Così, spinto dalla curiosità, sono andato a vedere il vecchio monastero dei religiosi. Di fronte a me c’erano solo rovine. Fu Rory O’Donnel a distruggere il convento in modo accidentale durante l’assedio a una guarnigione britannica nel 1601. Ma la sua famiglia è ricordata anche e soprattutto per aver edificato il castello della città, poco lontano da qui. Camminando verso l’edificio che svetta tra le nubi, sono passato vicino alle sponde del River Eask. Nel fiume che attraversa Donegal Town due cigni nuotavano sereni nelle acque scure, proprio vicino all’affioramento di roccia dove sorge il maniero. E’ uno dei più pittoreschi d’Irlanda, anche se della costruzione originale del 1474 non resta più nulla. Fu sempre Rory O’Donnel a incendiarlo, questa volta di proposito, prima che gli inglesi invadessero la zona. Poi scappò con High O’Neill in Francia, in quella che venne definita The Flight of The Earls (La Fuga dei Conti). Senza più nessuna forza a presidiare l’Ulster, arrivarono migliaia di protestanti scozzesi e inglesi che occuparono le terre degli irlandesi. La loro venuta avrebbe determinato nei secoli futuri il conflitto tra le due comunità, sfociato nella Guerra di Liberazione e nei Troubles in Irlanda del Nord. Entrare dall’ingresso basso e stretto del castello è stato come attraversare il tempo. L’ho visto aprirsi in un’altra dimensione. Mura potenti e pesanti della Casa Torre, la parte più antica dell’edificio, trattengono i ricordi di Basil Brooke che ricostruì il castello in stile giacobiano nel 1623. Nella sala grande del primo piano spicca il camino molto elaborato su cui sono affissi gli stemmi dei Brooke e dei Leicester circondati da festoni scolpiti. Alle pareti ci sono tappeti persiani e arazzi francesi che si dividono le mura con pannelli informativi sulla storia del maniero. Dopo aver visitato la casa padronale adiacente, simile a una magione di campagna inglese, sono uscito per le vie di Donegal camminando al fianco di case basse e colorate. Sono passato sotto alla vecchia insegna della Coach House, una volta sede del servizio delle corriere e oggi un pub, sino ad arrivare alla Chiesa Cattolica della città. Costruita in stile moderno è davvero imponente, ma molto diversa da quella protestante che si trova proprio di fronte al castello. Poi il cielo ha deciso di scaricare tutta la sua violenza bagnata e mi sono rifugiato in macchina per arrivare proprio dove sono adesso: davanti al mare di Bundoran. Stesso cielo, stessi aghi di pioggia che strimpellano i vetri del chiosco. Uno scenario uguale e così diverso a ogni onda alzata sul litorale dal vento. Lo sfido per attraversare la strada e andare al Bridge Bar. Le vecchie porte in legno del pub sono chiuse. Non mi resta che la costa sempre più sferzata, l’orizzonte sempre più basso, il desiderio di Infinito sempre più vivo. di Andrea Lessona L'ultimo contatto tra i legali di George Soros e quelli della famiglia Sensi e' di giovedi' 24 aprile con una missiva che ha rappresenta l'ultima chiamata da parte di George Soros per la possibile acquisizione della As Roma. E' quanto si legge in un articolo di MF, secondo cui i rappresentanti del magnate ungherese hanno chiesto un segnale chiaro, inequivocabile, senza ulteriori rallentamenti alla famiglia Sensi che deve dire non soltanto di essere disponibile a discutere la cessione del club, ma anche di volere un'offerta formale, consentendo una due diligence sui conti della societa' giallorossa e l'esclusiva sulla trattative. Secondo quanto risulta a MF, il finanziere ungherese e' rimasto molto deluso da come e' stata condotta la trattativa e anche dalle polemiche perche' ha sempre puntato ad acquisire la As Roma con il piu' grande consenso possibile. Ora rimangono tre strade: la rinuncia ufficiale da una delle parti, una lettera firmata dall'a.d. del club giallorosso nella quale si chiede un'offerta formale e la discesa in campo Unicredit, azionista al 49% di Italpetroli, holding che controlla la Roma. In particolare l'istituto di credito, pur smentendo qualsiasi coinvolgimento, avrebbe gia' fatto un passo ufficiale con la possibilita' che assuma, come nei desideri dei legali di Soros, un ruolo chiave nella vicenda. BORSA ITALIANA Cari tifosi giallorossi, non voglio fare una lettera anche io, come in passato qualcuno ha fatto I prossimi 5 giorni delinearanno il futuro di questa transazione, non ci resta che aspettare e magari concludere il campionato al secondo posto. Eh si, perche' forse qualcuno lo avra' dimenticato ma il campionato romanista non e' ancora terminato, altra notizia che vi regalo, forse ci sara' anche una finale di Coppa Italia... Dopo il 'volemose bene' del principe Doria Pamphili arriva il trentennio Dc. Dal 1976 inizia l'era delle giunte rosse, poi nel 1993 è la volta di Rutelli e infine il settennato Veltroni Roma città eterna, ma non, evidentemente, per la guida amministrativa e politica della Capitale. La fascia tricolore cambia di mano, da sinistra a destra. Ed è una svolta epocale per la storia del Campidoglio, perché mai, dal dopoguerra ad oggi, il primo cittadino capitolino era stato espressione della destra. Ogni anno, da 63 anni, si celebra la ricorrenza del 25 aprile. Ogni anno è fonte di scontri più o meno aspri, di aperture e chiusure politiche. Di demonizzazioni e di esaltazioni. Mai, però, di una analisi seria, pacata, serena. Nemmeno questo anno ci si è provato. Soprattutto perché la ricorrenza arriva in un momento in cui la sinistra radicale, socialista e massimalista è stata spazzata via dal parlamento. Un avvenimento non da poco nel panorama politico e sociale di questa Italia “sgarrupata” che Romano Prodi riconsegna a Silvio Berlusconi.
JE NE REGRETTE RIEN!
IL PAESE PIU' DEMOCRATICO DEL MONDO

E ciò che fa rabbia è che gli Usa non sono neanche nuovi a queste vistose forme di incoerenza visto che sono gli stessi a riempirsi la bocca con l’uguaglianza e poi fondano la loro “civiltà” sullo sterminio programmatico dei Nativi americani ed hanno alle spalle uno dei più grandi traffici di schiavi: la deportazione forzata dall’Africa di milioni di neri, “trasferiti” in massa perchè facessero il lavoro sporco di un’America che fuori vuole apparire sempre luccicante ma che “vanta” una struttura sociale fondata sulla esclusione e ghettizzazione, a dimostrazione di quanto falso sia il modello meltin’-pot che vorrebbero esportare
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RACCONTI E IMPRESSIONI DALL'ISOLA DI SMERALDO // DONEGAL, INFINITO IRLANDA

Le scogliere del Donegal
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a sproposito, ma vorrei farvi riflettere sul fatto che in queste trattative nulla puo' esser dato per definitivo o assoluto. La trattativa George Soros-As Roma non e' terminata, sta solo vivendo "una fase di gioco". Ieri sera le notizie irradiate da una nota e autorevole agenzia
di stampa avevano gettato nello sconforto un'intera citta', la verità e' che bisogna avere pazienza, solo a trattative cessate potremo tracciare un giudizio sull'operato. Nel frattempo serve calma e sangue freddo, difficile visto il continuo tam-tam mediatico romano che ormai da ormai un mese ci "rivela" ogni particolare su questa normale trattativa finanziaria tra due soggetti interessati a concludere.
Trovo perlomeno irrispettoso questo continuo assalto a Villa Pacelli,
non voglio ricordarvi i sforzi compiuti da questa famiglia, ma qualcuno forse si e' dimenticato la storia di questa societa'. Non siamo cosi abituati a vivere stagioni come questa...
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PER LA PRIMA VOLTA LA DESTRA CONQUISTA IL CAMPIDOGLIO

Il primo sindaco di Roma, subito dopo la guerra, dal giugno del 1944 al novembre del 1946, è un nobile. Un principe, per l'esattezza: Filippo Andrea Doria Pamphilj, antifascista e possidente agrario. Invita le forze democratiche all'unità, al dialogo, all'agire comune per il bene della città. E rimane famoso per il 'volemose bene' con cui conclude il suo discorso di insediamento da primo cittadino.
Ma già dalla fine degli anni '40 lo strapotere della Democrazia cristiana fa sentire i suoi effetti anche sulla Capitale: per 30 anni la fascia tricolore della Capitale sarà appannaggio dello Scudo crociato. Nel dicembre del 1946 inizia la lunga parabola dell'ingegner Salvatore Rebecchini, democristiano, che resterà sindaco fino al 1956 e che, ad oggi, rimane il più longevo tra i sindaci di Roma dal dopoguerra. Nel 1957 è ancora Dc, con Umberto Tupini, uomo politico di livello nazionale. Dal 1958 al 1961 a guidare il Campidoglio è un altro esponente dello Scudo crociato, Urbano Cioccetti, molto legato al Vaticano.
Per un anno, dal luglio 1961 al luglio 1962, in Campidoglio siede un Commissario prefettizio, Francesco Diana, già Prefetto di Napoli. Dal 1962 al 1964 a reggere le sorti della Capitale è Glauco Della Porta. Il suo successore è anch'egli democristiano, Amerigo Petrucci, soprannominato 'er gattone'. Colto, scapolo, nel tempo libero ama lucidare monete antiche. Incappa però nei rigori della giustizia per questioni legate all'assistenza pubblica, ma successivamente viene assolto dall'accusa di utilizzare l'Opera nazionale maternità ed infanzia per distribuire fondi a fini clientelari.
L'esperienza di Petrucci si esaurisce nel 1967 e dopo una brevissima parentesi di reggenza affidata all'assessore anziano della Giunta capitolina Attico Tabacchi, è la volta di Rinaldo Santini, che resta in carica due anni. Il periodo che va dal 1969 al 1976 è l'ultimo del dominio Dc sull'amministrazione della Capitale. Ne è protagonista Clelio Darida, la 'volpe argentata', frutto dell'apertura ai socialisti da parte della Dc. Gran mediatore, Darida si trova a gestire la macchina comunale in un momento di grande difficoltà, soprattutto a causa dell'aggravarsi del problema della casa e della mancanza di aule scolastiche. Il 6 marzo 1976 si dimette da sindaco perché candidato alle elezioni politiche. Deputato dal 1976 al 1992, alle politiche del 1992 non è eletto. Dovrà ritirarsi dalla politica a causa di una vicenda giudiziaria dalla quale sarà interamente prosciolto.
Il 1976 è l'anno della svolta per la Capitale: dopo un trentennio democristiano inizia la fase delle Giunte 'rosse', che si trovano però a governare la città negli anni difficili del terrorismo e dell'assassinio di Aldo Moro. Il primo sindaco comunista di Roma è incarnato da una personalità di spessore: lo storico dell'arte Giulio Carlo Argan. La sua azione si muove lungo un doppio binario: recupero del centro storico e riqualificazione delle periferie.
Nel 1979 al Campidoglio arriva uno dei sindaci più amati dalla città, Luigi Petroselli, segretario della sezione romana del Pci, un personaggio carismatico che si batte con sincerità per la 'purezza' dei Fori ("o i monumenti o le automobili"), nel risanamento delle borgate e nel tentativo di risolvere l'eterno problema della casa. Un impegno totale che a Porsenna (così viene soprannominato per le sue origini viterbesi) procura grande popolarità ma che, alla fine, gli costa la vita per il superlavoro cui non si è mai sottratto.
Al suo posto, nel 1981, un altro comunista, Ugo Vetere, soprannominato 'Tevere', con un anagramma del cognome che calza a pennello per il primo cittadino della Capitale. Ex assessore al Bilancio, porta avanti l'opera del suo più illustre predecessore senza tuttavia entrare come Petroselli nel cuore dei romani. Nel 1985 il Pci perde le amministrative e al Campidoglio torna la Dc. Viene eletto l'andreottiano Nicola Signorello, soprannominato dai romani con un po' di perfidia, 'Sor Tentenna' perché giudicato esitante nelle situazioni di emergenza: i rom, il traffico, le nomine alle Usl.
L'unica occasione in cui si sbilancia è il giorno, tragico per i tifosi di fede giallorossa, di Roma-Lecce: il sindaco accompagna l'allora presidente del club romanista Dino Viola nel giro di campo all'Olimpico prima della gara con il Lecce, quando la rimonta-scudetto sulla Juve sembrava cosa fatta. Invece la Roma perde in casa e il tricolore sfuma. E se la Roma dice addio allo scudetto, Signorello dice addio al Campidoglio, sostituito da Pietro Giubilo. Dal 1989 al 1993 è sindaco l'ex ministro e presidente del Coni Franco Carraro, socialista. Nel '93 si vota con il nuovo sistema, l'elezione diretta del primo cittadino. La spunta l'ex radicale Francesco Rutelli, che al ballottaggio batte Gianfranco Fini e che al Campidoglio arriva in motorino. Resta in carica fino al 2001. Poi arriva il settennato di Walter Veltroni, che dismette la fascia tricolore quando, come leader del Pd, si candida alle politiche e viene sconfitto. Adesso, il Campidoglio passa per la prima volta ad un esponente di destra, Gianni Alemanno.
categorie: varie, cultura, politica, riflessioni, news, storia, attualitĂ , beer, roma ha vinto , citta di roma e dintorni25 APRILE, QUANDO UN PRESIDENTE FA ANCORA DIFFERENZA TRA CHI ERA DA UNA PARTE E CHI DALL'ALTRA...

No, non poteva essere una giornata di riconciliazione. E lo ha confermato lo stesso presidente della Repubblica, quel Giorgio Napoletano con un passato da dirigente, e non certo di poco conto, del più grande e importante partito comunista europeo. Quello stesso partito che ha basato la sua esistenza sull’odio e sulla vendetta utilizzando l’ideologia bolscevica come parafulmine per azioni che con la politica e l’ideologia poco hanno a che fare.
Nel giorno del 25 Aprile Napolitano, essendo il presidente di tutti gli italiani, rossi e neri, bianchi e azzurri, ha cercato di spogliarsi di quell’abito che ha cucito addosso come una seconda pelle. E’ stato un dovere istituzionale; per lui niente fischi nella rossa Genova in fondo non è certo il cardinal Bertone.
Ed ecco che il presidente di tutti gli italiani, proprio come Sandro Pertini altro nume della repubblica italiana nata dalla resistenza (ma che lo divenne, è importante dirlo, solo dopo la morte di Pietro Nenni che fece di tutto per non fargli avere incarichi di prestigio e di governo fino alla sua morte. Il perché è sempre stato chiaro, Nenni accusò Pertini di aver fatto uccidere Mussolini, un suo amico e compagno d’altri tempi, senza discuterne con gli altri capi del Cnl), snocciola il suo discorso sul 25 aprile. Parla di data storica per la nostra nazione e degli errori commessi che vanno valutati e analizzati ma…."Se ne può dare - dice il Presidente - un'analisi ponderata che non significhi in alcun modo confondere le due parti in lotta”, ammonendo il revisionismo.
Insomma, il 25 aprile è la “festa” di tutti gli italiani, però ci sono italiani che meritano meno di altri. Ci sono 600mila ragazzi (un tempo, purtroppo per loro) che non sono degni di essere italiani come lo sono invece gli 80mila (?) partigiani rossi o bianchi che siano (mettendo nel dimenticatoio anche che molti partigiani bianchi furono massacrati dai partigiani rossi insieme ai fascisti e presunti tali). Insomma, italiani sì ma manteniamo le distanze. Un bel discorso di riconciliazione nazionale non c’è che dire.
Di diverso avviso, ovviamente, il presidente del consiglio in pectore Silvio Berlusconi che, sinceramente, ha avuto più “fegato” di qualcun altro a destra ha invitato a capire le "ragioni dei 'ragazzi di Salo'", come hanno sostenuto in passato anche diversi esponenti della sinistra, e "saldare il debito contratto con gli esuli Istriano-dalmati" è la "strada giusta" che non "può in qualche modo ledere l'orgoglio di chi combatté per la libertà contro la tirannia".
Si può essere a favore o meno di una posizione del genere ma, quanto meno, qualcuno, ed è uno che viene dall’area socialista-craxiana (e questo non mi meraviglia affatto) che comunque cerca di ridare onorabilità e rispettabilità a chi ha combattuto in nome e per conto dell’onore d’Italia.
Probabilmente, se si cominciasse realmente a ragionare, a guardare la storia nel suo insieme e nelle sue verità, ormai storiche per l’appunto, forse, e dico forse, si potrebbe arrivare pian piano ad una ricorrenza dove si ricordino veramente i caduti da ambo le parti.
Se si ammettessero gli errori di tutti, se si cominciasse a smitizzare la resistenza come fenomeno sociale, politico e militare, se si cominciasse a riconoscere che più che guerra civile si trattò di regolamento di conti, almeno dopo il 25 aprile come denunciano personaggi come Pansa che non possono certo essere accusati di fascismo. Se si cominciasse a comprendere che quella guerra civile fu combattuta da un esercito in divisa contro una minoranza politica che aveva voglia di riscatto e che sognava la rivoluzione bolscevica anche in Italia. Se guardasse la storia con gli occhi degli storici (ma non di parte ovviamente), allora, e solo allora si potrà pensare ad una Italia realmente unita. A 63 anni di distanza dalla fine della guerra il Bel Paese è ancora profondamente spaccato in due e certi discorsi da parte della massima autorità dello Stato non aiutano certo alla serenità. Tra qualche anno, chissà, forse il terreno sarà diverso….. Stefano Schiavi
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